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Tempi Moderni di Charlie Chaplin, un capolavoro senza età

 Tempi Moderni di Charlie Chaplin, un capolavoro senza età

“I’m here today”, “Oggi sono qui”. Correva l'anno 1916, e a soli due anni dall’esordio (“Kid Auto Races at Venice” 1914), bastava questa frase e l’immagine di Charlot esposta nei cinema, per far capire che il nuovo cortometraggio di Charlie Chaplin era in sala. Il nome non era più necessario: solo scarpe grosse, baffetti e bombetta, pochi oggetti che rimandavano ad un intero universo. Vent'anni dopo, il 5 febbraio 1936, uscirà nelle sale il film con cui il personaggio di Charlot darà il suo commiato al grande pubblico: "Tempi moderni".

La pellicola (ispirata, racconta Chaplin, da una visita alle catene di montaggio degli stabilimenti della Ford) denuncia con lucidità e ironia l'alienazione del lavoro in fabbrica e i rischi del rapporto moderno uomo-macchina, attraverso le disavventure de il Vagabondo, che per la prima volta veste i panni di un operaio. Schiacciato e ossessionato da mansioni ripetitive, Charlot perde la ragione e, attraverso una serie di vicende tragicomiche, trova finalmente una luce di speranza, incamminandosi, nel celebre finale, lungo un viale carico di promesse di uno splendido futuro, con la Monella Paulette Goddard.
Film dalla lunga lavorazione (undici mesi tra il 1934 e 1935), Tempi moderni conobbe molte variazioni prima di essere ultimato. Inizialmente Chaplin pensava di realizzare un film "parlato", effettuò test per il sonoro e scrisse dialoghi per quasi tutte le scene (l’officina, la prigione...), ma più li provava, meno ne era convinto, come documentano alcune lettere dal set. “Il film procede bene”- scrive nel gennaio del 1935 il manager dei Chaplin Studios, Alf Reeves, al fratello di Chaplin “non ci sarà dialogo, ma molti effetti sonori e musica. Detto tra noi, ha provato alcune sequenze parlate, ma ha deciso di non utilizzarle, e la maggior parte di noi è d’accordo. Impoverisce il film”. Così Chaplin, con una scelta sicuramente più efficace e altamente simbolica, decise di far sentire nel film soltanto “la voce delle macchine", con le parole dell'uomo sempre filtrate da apparecchi o "marchingegni" tecnici (come altoparlanti o grammofoni). Solo nel finale Chaplin ritrova la parola, cantando in un travolgente gramelot la canzone della Titina, in cui si ascolta per la prima e unica volta la voce del Vagabondo.
 

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