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D-Day, se la storia va in tv con l’abito da sera

 D-Day, se la storia va in tv con l’abito da sera

di Alessandro Fiesoli

Tra Piero Angela e Giovanni Minoli, con una strizzata d’occhio a Vittorio Sgarbi. È qui che si posiziona Tommaso Cerno col suo D-Day, fresco programma di approfondimento storico in onda su Rai Tre. Che c’entrano Angela e Sgarbi? Il piglio rigoroso, tecnico e puntiglioso con cui si affronta la storia a D-Day è quello delle trasmissioni di divulgazione scientifica della famiglia Angela, la maniera di gesticolare ed argomentare di Cerno ricorda invece quella di Sgarbi in versione didattica più che rissosa. E ancora, la parentela con Minoli e il suo La storia siamo noi non sfuggirebbe nemmeno al telespettatore più disattento.

Come per La grande storia, la scelta del giorno di programmazione è ricaduta sul venerdì, in concorrenza con due giganti come Crozza e Quarto Grado, mirando a un target diverso ma non per questo più facile da intercettare. Missione difficile, non impossibile. La prima impressione è proprio quella di assistere ad un esperimento fatto su misura per la prima serata in uno studio ampio, arredato minuziosamente - vedi il tavolo con il metronomo e la giacca della tentata fuga di Mussolini - e circondato da un pubblico cui il conduttore spesso si rivolge, senza badare alla luce rossa delle telecamere. Degna di nota anche la presenza “fisica” degli ospiti - su tutti, Franca Leosini e Lilli Gruber nel primo appuntamento - rara in questo tipo di programma in cui si è soliti vedere l’esperto interpellato per mezzo di interviste registrate.

L’operazione D-Day dà l’impressione che si sia cercato di confezionare con una carta ricamata e graziosa un pacchetto che Rai Tre ha proposto in tante salse, in altri tempi e con modalità simili. Questo non compromette la levatura di una trasmissione che nasce per celebrare i settant’anni dalla Seconda Guerra Mondiale, che alterna con ritmi serrati e immagini inedite la parte dedicata al documentario a quella in studio. Anche il padrone di casa ha saputo rinnovarsi, con un netto cambio d’abito rispetto alle occasioni in cui lo si trovava a discutere di politica nei talk show. Qui, infatti, la prima firma de Il Messaggero Veneto assume i tratti del professore capace di coinvolgere anche lo studente più svogliato. Le ore di lezione passano veloci e chissà che questo non possa rappresentare per Cerno il D-Day di una carriera da conduttore tv parallela a quella di giornalista.

Occorre infine una menzione d’onore per “Fake”, curiosa rubrica che, al termine di ogni puntata, traccia ipotesi fantasiose su come sarebbe andata se la storia avesse preso un altro corso. Un’indiscutibile innovazione autoriale, che fa dell’originalità dei contenuti di D-Day un unicum nel panorama di prodotti dello stesso genere. Senza se e senza ma, all’esordio il programma sembra avere tutti i crismi delle “storiche” trasmissioni di approfondimento proposte dal servizio pubblico. 

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