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Che tempo che fa, il tempio profano di Fazio

 Che tempo che fa, il tempio profano di Fazio

di David Gestra

Che tempo che fa, giunto al dodicesimo anno di vita, è a tutti gli effetti una trasmissione cult. C’è chi considera il talk show di Fabio Fazio un programma per soli intellettuali o presunti tali ma il riscontro positivo degli ascolti, soprattutto quelli domenicali, sembra dire l’opposto. Il celebre marchio di Rai Tre trova la legittimazione del suo successo negli ospiti che vi prendono parte.

Finora ha potuto contare sulla partecipazione di importanti personalità dell’arte, della politica e dello sport: il presidente del consiglio Matteo Renzi, l’attrice premio Oscar Sophia Loren, Monica Bellucci, gli U2, Jovanotti e Madonna sono solo alcune delle teste di serie accolte in studio dal conduttore. Se Renzi è presenza tutt’altro che rara nei talk e nei tg, la rock band irlandese o Madonna hanno scelto il salotto di Fazio come vetrina di lusso in cui presentare in anteprima mondiale (televisiva, si intende) i loro nuovi album. La Sophia nazionale invece si è commossa e dimostrata particolarmente a suo agio, asserendo di voler tornare in un’altra puntata per parlare ancora della sua formidabile carriera. Sicuramente lo stile accomodante del padrone di casa giustifica questo parterre di celebrità che si avvicendano di puntata in puntata. Se conti, pensi di contare o vuoi contare da Fazio devi passare. Un tempio profano della cultura in cui la promozione tenta di essere funzionale, riuscendo nell’intento di solleticare la testa del pubblico. A ciò contribuiscono la competenza del conduttore e l’innata capacità di alternare momenti ironici all’irrinunciabile serietà di alcune interviste.

Che tempo che fa persegue una mission ambiziosa, tratto distintivo di ogni servizio pubblico che si rispetti: intrattenere e contemporaneamente informare, promuovendo la cultura attraverso il racconto del Paese. Non è un caso che tra gli ospiti delle varie stagioni non siano mai mancate personalità nazional-popolari, capaci di coinvolgere un’ampia fetta di pubblico. Il racconto della contemporaneità scinde il programma da un format preciso, mai vecchio perché attento fin dal titolo al tempo che passa. E il metodo Fazio, che preferisce la conversazione alle domande più scomode, sembra non sentire il peso degli anni.

 

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