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Non solo Gomorra, c’è un’altra Napoli in tv

 Non solo Gomorra, c’è un’altra Napoli in tv

di Davide Uccella

So che scrivere di Napoli in tv è come gettarsi in un campo minato. Di iper semplificazioni ne siamo pieni fino alla testa, non servono altre righe di chi nega tutto o chi esaspera, perché anzi proprio questo ha contributo ai poli opposti che spesso fanno comodo ad autori, conduttori e giornalisti, rafforzando l'etichetta, il pregiudizio, il luogo comune. Prima di tutto basiamoci su quello che vediamo, siamo franchi e domandiamoci: dal bailamme del tubo catodico cosa emerge di Napoli? Ne deriva un contesto di emergenze e clamori, o di scalpori para-folkloristici: dai servizi che non funzionano alle coppie di quattordicenni, dalla criminalità dilagante a una cultura della legge debole, se non residuale, anzi nulla, con tutto il suo carrozzone di corrotti, concussi e politicanti banditi, ai limiti della legalità.

Scrivo allora per negare tutto questo? Siamo e siete fuori strada. Piuttosto rilancio, e non invocando come sempre le eccellenze che pure Napoli ha, e che la rendono ancora oggi un tesoro, uno stimolo, una risorsa. Lo faccio parlando di Domenico Iannacone, del suo Spaccanapoli di quasi due settimane fa su Rai Tre, di un giornalista che ancora una volta ha dimostrato di conoscere la prima regola del grande reportage: non giudicare, non fare morale, ma raccontare senza peli e senza veline.

Questo non vuol dire dimenticare Scampia e le periferie di Napoli, ma senza celebrare processi, ne' emettere sentenze. Napoli è un mondo ricco, lo dicevamo, ma ricco anche di problemi, e questi non riguardano soltanto la dimensione della lacrima e dell’emergenza. Forse c'era chi si aspettava la voce di chi manifesta in piazza, il dolore, la rabbia o l'agonia, ma poi? Poi c'è una giornata da vivere, da affrontare. E forse ci sono fratture e disagi ben più profondi, problemi che fanno parte di chi vive Napoli ogni giorno, ogni notte, anche di più quando i riflettori si sono spenti. Tutto questo è lì, pronto per essere raccontato, spiegato, denunciato, ma nessuno lo ha fatto.

Ecco allora tutta la forza televisiva e narrativa di Iannacone, che ha fatto inchiesta, come, nella tv in bianco e nero, faceva Sergio Zavoli. Attraverso uno stile quasi cinematografico, con un uso del montaggio fatto di pochi stacchi, e con uno sguardo che piega le cose senza romperle - che è poi quello che fa chi racconta davvero. Ecco il sano grimaldello che ci fa entrare nel ventre di Napoli, e vivendolo, lo fa con silenzi e sguardi, spesso con pudore. Raccontando la semplicità della sua gente, la voglia di riscatto e la speranza di chi ha ambizioni, lavorando.

Così nel “set” di Gomorra parli della tubatura che non funziona, rattoppata alla meglio dai residenti che aspettano una casa popolare da vent'anni, e intanto le "case" delle Vele rimangono a secco. Così parli del trans che, preso in giro nel quartiere, batte la strada di notte da donna perché solo così pensa di dare un senso minimo alla sua vita, ma quantomeno vero, specchio della sua identità. Così il produttore Gaetano Di Vaio parla del suo passato in carcere, oppure parli degli sposi che vivono il loro momento più bello a Vietri sul Mare o nel cortile del loro palazzo, immaginando le cascate del Niagara, oppure un ricco salotto con mobili d'epoca e divani di gran pregio, ricostruito in fretta e furia dal fotografo.

Così trovi la sintesi più bella della puntata, il momento più alto: quello di un bambino africano, adottato da una famiglia di Piscinola che i suoi figli ce li aveva già. Ti senti fortunato? — gli chiede lannacone — Si — risponde Loki — perché i miei amici sono in Africa ed io invece sto a Napoli. Ecco: è questa l'altra Napoli di cui spesso ci si dimentica. Televisione compresa. 

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